Quando dei buoni libri propongono storie vere, anche se in parte romanzate ma con autentici riferimenti storici, la lettura si fa viva e coinvolgente. E' il caso dei questi tre libri, non a caso con scrittura al femminile, grazie ai quali si conoscono nuove vicende storiche che sui libri di storia non si possono trovare.
ROSETTA di Gloria Pizzichemi (2023, Viola editrice, pp.230, € 16,00)
Avevano sedici e diciannove anni, Stella e Guido, i nonni di Gloriamaria Pizzichemi, una vita semplice di grande dignità, trascorsa dedicandosi a tanto lavoro. L’abitazione, con annesso il laboratorio di cucito, era in via Albalonga, una strada storica di Roma, nel quartiere di San Giovanni.
Amelia, la prima figlia, nacque nel 1922, poco prima della presa di Roma, si mostrò da subito risoluta e ribelle, e, crescendo, non seguì le scelte della mamma e volle studiare la matematica per potersi dedicare all’insegnamento. Poi nacque Gino, il maschio tanto desiderato e coccolato in famiglia. Per ultima nacque Rosetta, nel 1930, la mamma dell’autrice.
Un evento drammatico colpì nel profondo la famiglia, quando Stella decise di allontanarsi per ben due anni, senza dare notizia di sé, lasciando sgomenti il marito e i tre figli. Forse rifletteva sulla sua infanzia rubata, qualche occasione perduta, ma sicuramente l’incomprensione del marito aveva determinato la sua fuga. Stella rientrò in casa dopo due anni e riprese la sua vita come prima, sopportando l’astio dei figli più grandi ma godendo dell’amore spontaneo e disinteressato della figlia Rosetta. Così si stabilì, tra madre e figlia, un legame unico da durare per tutta la vita.
Un altro drammatico momento viene attraversato quando il figlio Gino decise di partire volontario per la guerra a soli sedici anni e la famiglia in quel momento si accorse di non potere più fare i conti sul futuro che l’aspettava.
L’autrice nel suo libro riporta la storia della mamma, Rosetta, così come è stata capace di accogliere i suoi racconti familiari. I pensieri, i ricordi, le delusioni, l’attenzione continua verso Stella, tutto viene raccolto ed elaborato attraverso il filtro del sentimento e della malinconia. Ne emerge una storia familiare unica e bellissima e di una purezza di grande conforto, non soltanto per le indiscusse qualità scrittorie della Pizzichemi, ma per come, attraverso la semplicità delle sue parole, sia riuscita a trasmettere e a partecipare le vicende familiari raccontante dalla mamma.
I GIORNI DI VETRO di Nicoletta Verna (2024, Einaudi, pp. 400, € 20,00)
Redenta nasce a Castrocaro nel giorno dell’assassinio di Giacomo Matteotti, in una famiglia in cui la mamma era ossessionata dagli aborti ripetuti e dalla mancanza di un figlio maschio, che il marito non risparmiava di ricordarle in continuazione. Colpita dalla poliomielite, vive un’adolescenza schiva e riservata, con la sola compagnia di Bruno, l’intraprendente ragazzo sempre pronto a difenderla davanti alle aggressioni verbali degli altri e che, in un generoso gesto d’affetto, promette un giorno di sposarla.I suoi familiari le trovano un marito, un gerarca fascista soprannominato Vetro, a causa di un occhio di vetro che portava. Un matrimonio quasi combinato, a causa di favori da ricambiare al padre di Redenta e che la ragazza sopporterà, come ha sempre sopportato “la misericordia delle persone vicine, sempre al confine con la crudeltà.”.
Bruno somigliava a “un animale dei boschi, o un giovane uccello rapace, sempre all’erta per qualcosa, inquieto.”, e insieme a Redenta si sentivano estranei al mondo; Vetro, invece, rappresentava la prevaricazione maschile, la radicale violenza del ventennio fascista.
Redenta si trova coinvolta tra le staffette partigiane e la sua vita, che sentiva come un supplizio, prende una svolta importante, rifuggendo dalla fragilità con cui sembrava essersi rassegnata.
Nicoletta Verna, classe 1976, ci offre una storia di guerra in “I giorni di Vetro”, titolo che si presenta con un doppio significato. Il primo, quale nome del gerarca, uno dei tanti, violenti, prepotenti, sadici, maledetti in profondità, che segna una delle tante pagine della storia del ventennio fascista; il secondo, invece, rappresenta i giorni di vetro affrontati da Redenta, giorni fragili come il vetro, ma allo stesso tempo trasparenti e indistruttibili.
Il linguaggio asciutto, quasi a difesa del sentimento chiuso e protettivo di Redenta, ne fa un libro molto ben scritto, con ritmo e tempi rispettati perfettamente. È un libro vero, che non escluderei, un giorno, di vedere realizzato in un film neorealista.
L'ULTIMA ESTATE IN PAESE di Simonetta Tassinari (2024, Corbaccio Editore, pp. 340, € 18,60)
Dopo il boom economico e i figli dei fiori degli anni ’60, il decennio successivo è quello della presa di coscienza e della ricerca della libertà di espressione. Un percorso che io ricordo difficile, perché contrastava con l’impostazione patriarcale della mia famiglia, ma Rory, la protagonista del bel libro di Simonetta Tassinari, riesce a farsi strada da sola, con l’accondiscendenza dei suoi genitori e la presenza costante della nonna Maria Rosaria, che ha sempre lo sguardo rivolto un po’ più in là. La storia si svolge in un piccolo paese di montagna, Forte delle Orchidee nel Molise, con gli adolescenti che si conoscono tutti e che condividono amicizia e sogni futuri.
Ogni personaggio del libro ha una sua chiara personalità, a partire da Rory che si dichiara femminista, perché vuole essere donna alla sua maniera e non incasellata come le donne delle generazioni precedenti.
“Gli uomini non sono effettivamente in grado di penetrare la complessità delle faccende umane in generale […] ma, secondo mia nonna, il rapporto paritario era una sciocchezza, l’utopia delle giovani generazioni.”.
L’arrivo di un ragazzo belga, Pierre Duchamp, non passa inosservato: gli anziani del paese mormorano e si crea uno stato d’animo ansioso. Rory, con i suoi amici, lo accoglie per cercare di capire il senso della sua venuta. Si apre, allora, una storia parallela dell’immediato dopoguerra, con solitudini e affetti lacerati, una storia che fa luce su alcune figure del paese, donando loro giustizia e umanità.
“Esistono persone che incrociando i propri passi con quelli degli altri – anzi inciampandogli sui piedi - ne determinano il destino.”.
Il libro è scorrevole e piacevole; l’autrice mostra capacità descrittive e abilità nel presentare i personaggi, con distinzione accurata dei ruoli che rivestono. L’epilogo finale, commovente e decisivo, chiude un cerchio di vita importante nella storia del piccolo paese, confermando che i continui cambiamenti di vita di una persona non fanno perdere l’unicità di se stessi.


